I big dei videogiochi messi in scacco da un ventenne


George Hotz. Americano, 22 anni, conosciuto in rete con il nick Geohot. Dopo aver scardinato l'iPhone ha sfidato SonyGeorge Hotz. Americano, 22 anni, conosciuto in rete con il nick Geohot. Dopo aver scardinato l’iPhone ha sfidato Sony

Ce l’hanno su con i videogiochi, questo è poco ma sicuro. In poco meno di due mesi un attacco senza precedenti ha colpito e sta colpendo l’industria del videogame. Tutto è inziato il 20 aprile con l’intrusione nella rete di Playstation costata sei settimane di stop al servizio online Psn e un danno che i manager della multinazionale hanno valutato intorno ai 170 milioni di dollari. Poi in ordine è toccato con intensità e conseguenze inferiori a Nintendo, Codemaster, Minecraft, Eve Online, League of Legend, Square Enix e Sega.

Giovedì 14 giugno tre reti di giochi online sono state attaccate, i server per diverse ore sono collassati. Dieci giorni fa hacker sono penetrati nei server di Sega e hanno messo gli occhi sui dati personali di 1,2 milioni di iscritti. Ad oggi sono state rubate le indentità di oltre cento milioni di giocatori in tutto il mondo: password, nickname, mail ma anche numeri di carte di credito. «Non sappiamo chi sia stato e neppure se succederà ancora», spiega Andrew House, presidente e Ceo di Sony Computer Entertainment Europe. Il colosso giapponese ha ingaggiato tre agenzie di sicurezza per trovare i colpevoli. E ha dovuto ridisegnare completamente la protezione della propria rete online. Preoccupata anche la rivale Microsoft che non ha subito attacchi ma da sempre è nel mirino dei pirati informatici: «Quello che è successo a Sony è un campanello di allarme che suona per tutta l’industria dell’intrattenimento», ha detto Chris Lewis, numero uno in Europa della divisione entertainment di Redmond, senza però avventurarsi sui motivi che hanno portato a questa offensiva.

Perché tanto accanimento? Anche ora che sono scattate le prime manette ai danni dei due gruppi di hacker (Anomynous e Lulzsec) che più di ogni altro hanno detto e fatto per mettersi in mostra, non è chiaro quantomeno il movente? Una pista c’è e parte da Berlino. È dicembre dell’anno scorso quando un gruppo di hacker chiamato Fail0verflow intervenendo alla Chaos Commmunication conference dichiara di aver trovato una vulnerabilità nelle difese di Ps3 e di essere entrato in possesso delle “chiavi di decrittazione” per poter far girare sulla console della Sony programmi open source e applicazioni homebrew. L’uscita di Fail0verflow sollevò molto scalpore. Fu letta come una sfida lanciata alla multinazionale dell’intrattenimento per “aprire” la piattaforma proprietaria di Sony Computer Entertainment, l’ennesima provocazione per costringere la multinazionale giapponese a rendere open source la propria console.

Le motivazioni ufficiali di Fail0verflow erano quelle di inchiodare i vertici di Sony a mantenere una promessa fatta al lancio della Ps3: poter caricare sistemi operativi open source supportando Linux. Promessa non mantenuta. Fail0verflow però bleffa, decide di non diffondere “la chiave”, si limita a provocare gli ingegneri di Sony, agendo in linea con l’etica e la tradizione hacker che condanna in toto la pirateria. La situazione precipita con l’ingresso di George Hotz, l’hacker famoso per aver scardinato l’iPhone. Conosciuto sul web con il nickname Geohot, il giovane informatico decide di rilasciare in rete i codici di protezione originali che servono ad autorizzare l’esecuzione di codice legittimo sulla macchina. In pratica rende virtualmente open source la Ps3. Lo scherzo non piace a Sony che risponde con gli avvocati. La vicenda finisce in Tribunale, Geohot si fa aiutare a pagare le spese del processo dai suoi fan e diventa ancora più famoso di prima.

La storia del piccolo hacker contro la grande multinazionale infiamma i cuori ma anche le tastiere velenose di chi intende farla pagare a Sony. Entra in scena Anonymous e parte l’arrembaggio alla rete di Playstation. Il 5 aprile iniziano i primi problemi. Con la scusa di vendicare il giovane smanettone altri gruppi promettono di colpire la multinazionale giapponese. Nel frattempo Gehot trova un accordo economico con i legali di Sony. La questione sembra chiusa ma non è così. Qualcuno non intende fermarsi, mosso evidentemente da altri scopi. Il ragazzino sembra il pretesto che aspettavano, come anche la richiesta di aprire la console a Linux. «Rendere open source una console signifca compromettere la creatività e il lavoro di chi scrive software, dei game designer e di tutti coloro che lavorano in questa industria – risponde House -. Chi ha attaccato Sony ha danneggiato noi, ma anche tutte le persone che per sei settimane non hanno avuto la possibilità di giocare online». Le aggressioni di fatto non colpiscono solo il gaming. «Sony era un test», sostengono gli esperti di sicurezza. I videogames il terreno di gioco per un altro genere di sfida.

PlayStation brand logo

Image via Wikipedia