Google risponde a Murdoch: accuse sulla pirateria senza senso. E riparte alla conquista della Cina


Il Ces di Las Vegas, rassegna che potrebbe vederla protagonista assoluta nel 2013, quando a presenziare al kickoff della vigilia non ci sarà più (dopo 14 anni monopolizzati dagli interventi di Bill Gates prima e Steve Ballmer poi) Microsoft, è solo una delle “chiacchiere” che hanno caratterizzato l’ultima settimana del colosso di Mountain View. Il week end è stato infatti animato, per lo meno negli Usa, dalla polemica a distanza fra Google e Rupert Murdoch. Il numero uno di News Corp, via Twitter, aveva infatti inviato sabato alcuni messaggi particolarmente critici nei confronti di Google e del Presidente Barak Obama, etichettando la prima come “piracy leader” e il secondo come un dipendente al soldo dei colossi della Silicon Valley.

Murdoch, senza troppi giri di parole, ha accusato Google di generare profitti dalla pubblicità legata ai contenuti piratati e da Mountain View hanno risposto per le rime (ieri, con una mail inviata alla testata americana Cnet) spiegando come si tratti – riferendosi alle parole del Presidente di News Corp – di un evidente “nonsense”. L’anno passato, ha scritto un portavoce di Google, abbiamo rimosso cinque milioni di pagine Web lesive dai risultati del nostro motore di ricerca e investito oltre 60 milioni di dollari per combattere le

Google 的貼牌冰箱(Google refrigerator)

Image by Aray Chen via Flickr

pubblicità relative a pirati e truffatori”.

La polemica sollevata da Murdoch ha in effetti ragioni ben definite: News Corp, al pari di altri grossi nomi del settore media, ha sostenuto due proposte di legge antipirateria – lo Stop Online Piracy Act e il Protect IP Act, la cui valenza è quella di proteggere le media company da siti che fuori dagli Usa (e quindi fuori dalla giurisdizione delle leggi americane) operano con contenuti piratati – osteggiate invece da diverse tech company (Google, Yahoo!, Facebook, Twitter ed eBay fra queste) e oggetto, sempre ieri l’altro, di commenti non propriamente favorevoli postati sul blog ufficiale della Casa Bianca.

L’offensiva in Cina riparte da Android
Altro fronte caldo per il colosso dei motori di ricerca è quello cinese, mercato “abbandonato” nel gennaio del 2010 anni fa in seguito alla censura delle attività online di BigG operata dal Governo di Pechino e degli attacchi informatici subiti da Gmail. Giorni fa, infatti, Daniel Alegre, il numero uno di Mountain View per la regione Asia-Pacific ha confermato come (la notizia è stata riportata in evidenza anche dal Wall Street Journal) la compagnia abbia ripreso ad assumere personale – ingegneri, venditori e product manager – nei propri uffici di Pechino.

Non è però il business delle ricerche sul Web (servizio che Google ha reindirizzato in automatico sulla versione di Hong Kong del proprio sito) ad essere al centro dell’attenzione, bensì quello legato ad Android ed ai dispositivi mobili. Google, ha fatto chiaramente capire Alegre, svilupperà sì le attività di online advertising e i servizi di search (in questa direzione si inquadra il recente lancio della versione beta di Shihui, un tool che segnala siti che vendono prodotti scontati) ma si concentrerà in particolare sullo sviluppo del negozio virtuale di apps per smartphone e tablet, che oggi non è disponibile per gli internauti cinesi. Perché Google è partita alla ri-conquista della Cina è facilmente intuibile: il grande Paese asiatico vanta 500 milioni di utenti Internet (contro i 220 degli Usa) e 200 milioni di questi sono abitudinari utilizzatori di siti di e-commerce. E va da sé che rendendo più popolare Android e altri servizi online anche il motore di ricerca di Google, oggi accreditato di una quota di mercato del 17% (in significativo calo rispetto al 36% di fine 2009, stando ai dati della società di ricerca Analysys International), possa riacquisire consensi presso i consumatori al cospetto dell’inattaccabile Baidu.