Facebook fermo alle porte della Cina assiste all’ascesa dei rivali RenRen e Weibo


Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook

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Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook

Il più grande social network del mondo è fermo davanti alla Grande muraglia: una settimana fa Facebook ha dichiarato di voler raccogliere sul mercato cinque miliardi di dollari nella documentazione per la sua quotazione in Borsa. La Cina, però, resta un territorio ancora in larga parte inesplorato, l’ultima grande barriera.

L’amministratore delegato del social network, il ventisettenne Mark Zuckerberg, studia da anni la lingua mandarina e i suoi ideogrammi. Nel 2010 era arrivato a Pechino: era emersa l’ipotesi, mai confermata in via ufficiale, di una partnership per entrare nella nazione con la più vasta popolazione online, 513 milioni di utenti rilevati in un report pubblicato a gennaio dall’agenzia nazionale per le analisi statistiche su internet, Cnnic.

Il candidato più adatto allora sembrava Baidu, il principale motore di ricerca locale. Le trattative, però, non hanno portato a risultati. Facebook aveva varato la sua edizione in cinese già nel 2008, ma non è mai decollato, anche a causa dei limiti imposti dalla censura: impedisce l’accesso alle sue pagine per gran parte degli utenti che non hanno competenze tecnologiche abbastanza avanzate per superarne, quando possibile, le barriere, ad esempio attraverso connessioni vpn o con server proxy.

Nel frattempo il pianeta internet di Pechino è andato avanti. Renren è il clone cinese di Facebook, sbarcato in Borsa a New York un anno fa: ha iniziato la sua marcia nelle università, poi ha allargato i suoi confini all’intera nazione. Non è arrivato nel vuoto: ha sfidato altri social network come Kaixinwang e il colosso online QQ, nato come chat ispirata a Icq e diventato nel tempo anche una rete sociale online (Qzone). Ha trasformato la una moneta digitale, QQcoin, nella seconda fonte di fatturato dopo la pubblicità. È stato un successo tale che Banca centrale cinese era preoccupata per le conseguenze della conversione in denaro reale. Facebook ha introdotto la sua valuta elettronica, i credits, appena due anni fa. Il social network lanciato da Mark Zuckerberg nella documentazione presentata per lo sbarco in Borsa ha ricordato che è in corso una valutazione per entrare in Cina, ma il mercato presenta “complessità legali e regolatorie”.

Un altro rivale all’orizzonte è Weibo, il twitter cinese lanciato dal gigante Sina. A fondarlo è stato l’ex numero uno di Google in Cina, Kai-fu Lee. In meno di tre anni dichiara di aver riunito 250 milioni di utenti. I suoi messaggi hanno una lunghezza standard molto limitata, come avviene per il limite di 140 lettere su twitter, ma gli ideogrammi permettono di veicolare frasi più articolate e complesse. È orientato alle immagini e ai video, in una nazione dove 356 milioni di persone accedono a internet attraverso il cellulare, secondo le rilevazioni del Cnnic. Sono stati punti chiave per trasformalo in uno strumento che ha permesso ai cinesi di raccontare cosa avviene sul territorio, ad esempio a settembre durante il disastro ferroviario a Wenzhou, attraverso le testimonianze raccolte con Weibo in una sorta di bacheca pubblica online. Di recente ha stretto un accordo con uno YouTube locale, Tudou, per facilitare la distribuzione dei filmati. Ma dalla metà di marzo diventerà obbligatoria la registrazione delle persone con i nomi veri, non con i “nickname”. E, secondo un report della società di marketing DigiCha, i nuovi utenti sono diminuiti da 3 milioni al mese a 2,5 milioni al mese. In Cina il Cnnic stima che alla fine del 2011 erano 250 milioni gli iscritti registrati a microblog come Weibo.